CONGRESSO DI CITTADINANZATTIVA DELL’UMBRIA DEL 05.03.10 – DOCUMENTO CON LE PROPOSTE ALLE CANDIDATE PRESIDENTI DELLA REGIONE

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Il contributo di Cittadinanzattiva per migliorare il governo dell’Umbria

Le  analisi e le prmodena_13oposte che Cittadinanzattiva dell’Umbria sottopone  alle candidate a Presidente della Regione.

1.La crisi del Paese

Viviamo oggi probabilmente la più grave crisi del sistema politico ed  istituzionale nella storia della Repubblica, crisi che però  è taciuta o sottovalutata da una classe dirigente che appare ai cittadini sempre più indifferente alla deriva del Paese, ma solo  intenta ad agire secondo finalità che riguardano più  il mantenimento o la conquista di posizioni di potere per gestire risorse pubbliche o per curare i propri affari o soddisfare le proprie clientele, piuttosto che curare gli interessi generali ed il futuro del Paese.

Mentre i TG della sera annunciano settimanalmente la fuoriuscita dalla crisi, i crudi dati dalla realtà – aumento del tasso di disoccupazione, aumento del numero dei fallimenti delle imprese, crollo del prodotto interno lordo – ricordano a chi abbia voglia di ascoltare, che l’uscita dalla crisi non è purtroppo un fatto scontato, come l’arrivo della Primavera, ma è possibile solo  affrontando alle radici un sistema che appare largamente compromesso.

La prima riforma rimane quella della politica, perché un Paese che voglia rinascere, ha bisogno di una classe dirigente vera ed autorevole, che operi con lungimiranza e senza condizionamenti personali.

La crisi della  politica è stata accentuata e non risolta da riforme elettorali ed istituzionali che invece di superare Tangentopoli hanno fallito ogni obiettivo: si sono allontanati sempre più i partiti dai cittadini, trasformandoli in aggregati instabili di detentori di cariche pubbliche, che impiegano la gran parte delle energie e del tempo per accordarsi tra di loro su candidature e posti da assegnare – chiamati poi pomposamente “accordi sui programmi”. Partiti pertanto deboli che non riescono, senza un dibattito né una partecipazione aperta e libera, ad elaborare linee politiche ed opzioni amministrative condivise e sostenute.

La partecipazione viene spesso evitata, in quanto, non essendoci nessuna idea e progetto concreto di società da realizzare, ma solo carriere personali da costruire e da mantenere, diventa solo un’inutile impiccio.

La fine dei partiti di massa e di ogni momento di verifica democratica all’interno degli stessi ha fatto risorgere e prosperare nella società, il modello organizzativo più consono ad una classe dirigente con scarso senso dello Stato, ma con forte senso degli interessi personali, familiari, di categoria e cioè le consorterie di varia natura, rifiorite accogliendo sempre più proseliti e continuando, totalmente indisturbate a tessere le loro tele a protezione dei propri adepti, nei concorsi, negli appalti, nella scelta dei candidati di molti partiti, nella scelta di ruoli dirigenziali.

L’Italia ha bisogno con urgenza di una classe dirigente che riconquisti una più piena dimensione etica della politica basata sull’assunzione piena del principio di responsabilità e dei valori di una nuova “austerità” e cioè quella semplice idea per cui il pubblico è cosa di tutti, di cui tutti debbono darvi cura, la semplice idea per cui le istituzioni e i servizi pubblici, pagati dai contribuenti, sono al servizio dei cittadini, sicché non solo debbono rispondere allo scopo per cui sono istituiti, ma debbono farlo senza quegli sprechi che defraudano i cittadini, quelle arroganze che li umiliano, quelle preferenze e disparità che li dividono, quelle opacità che impediscono di valutare come operano.

Le istituzioni democratiche elettive sono il bene comune primario di una democrazia che voglia essere tale.  Invece, un  consenso politico basato non sulla condivisione  delle scelte, ma sullo scambio, alimenta quotidianamente la corruzione, un fenomeno ormai endemico, che esplode periodicamente con fatti clamorosi, di cui tutto il ceto politico fa finta di meravigliarsi.

Ma la corruzione è contro lo sviluppo economico e sociale perché  comporta uno spreco enorme di risorse di risorse economiche, che si traduce in minori servizi per i cittadini, specie per i più poveri, in una fase in cui aumentano le famiglie sotto la soglia di povertà.

2.L’Umbria nella crisi, tra minacce ed opportunità

2.1  Il sistema produttivo

Il Censis in un recente ricerca sulle città italiane ha classificato Perugia e Terni tra “i Gabbiani” le città del benessere maturo, caratterizzate soprattutto dalla tendenza all’invecchiamento della popolazione, a standard socio economici superiori alla media ed alla scarsa iniziativa economica e non tra i Falchi, città dello sviluppo  od i Pellicani città della produzione.

Sono di questi giorni gli annunci di chiusura a raffica di industrie importanti, in alcuni casi vero perno dell’economia dei territori di riferimento. Migliaia di lavoratori con le loro famiglie a rischio di disoccupazione, con un impoverimento sostanziale dell’intera regione ed una riduzione in prospettiva delle risorse disponibili per il sistema dei servizi. Non è da oggi che il sistema economico umbro aveva evidenziato una crescente mancanza di competitività e innovazione e una crescente difficoltà nel generare flussi significativi di investimenti.

Sull’innovazione l’Umbria è sostanzialmente ferma: il trasferimento tecnologico, indice di qualità dell’innovazione che pur ha visto in questo decennio fiumi di risorse – milioni di Euro – indirizzate verso l’Università, il Parco tecnologico e l’Isrim, non risulta abbia  prodotto nessun brevetto significativo, come invece  è accaduto nei poli tecnologici di Milano, Torino, Pisa ed anche Catania dove i risultati della ricerca hanno dato vita ad imprese che sono diventate spesso leader a livello mondiale nel settore in cui operano.

Anche   per l’agricoltura la situazione non appare brillante . Accanto ad un numero di prodotti di eccellenza, vini di Montefalco ad esempio,  l’insieme del tessuto produttivo non è cresciuto, le produzioni tipiche sono ferme, la PLV stenta a crescere, aumentano annualmente gli ettari di terreno abbandonato, gli agriturismi non sono tali, cioè non costituiscono attività integrative di quelle agricole, ma sono solo  alberghi e ristoranti impiantati in piena campagna, che  in gran parte non si approvvigionano neppure dal mercato delle produzioni locali, ma negli esercizi all’ingrosso gestiti da multinazionali . E ciò nonostante il Piano di sviluppo rurale destini all’agricoltura  oltre 100 milioni annui di Euro

Tutto ciò è accaduto nonostante che da 10 anni  l’Europa da Lisbona ci aveva avvisato che la globalizzazione non aveva soltanto condotto ad un ampliamento dei mercati, ma avrebbe portato ad un significativo cambiamento nella struttura delle imprese, favorendo la crescita di quelle che possono utilizzare lavoro a basso costo. Quindi, la globalizzazione avrebbe portato ad una delocalizzazione delle imprese alla ricerca di lavoro a basso costo e  la sostenibilità del processo di crescita sarebbe stato sempre più profondamente legata alla cultura locale, che non può essere sradicata ma andava al contrario coltivata nella sua specificità, quale “via obbligatoria” allo sviluppo futuro .

2.2. Lo stato dei Servizi sanitari

Il sistema sanitario umbro rappresenta un’opportunità, sia perché si è realizzato il contenimento della spesa, sia per il livello della qualità.

Ma se è innegabile che vi siano luoghi di sicura eccellenza, a livello ospedaliero, nei servizi di base ed in quelli di prevenzione, i dati generali e complessivi appaiono spesso più articolati e controversi.

L’esperienza quotidiana dei Tribunali per il Diritto del Malato ci dice poi che, a fronte di pur significativi elementi positivi, aumentano i segnali di inefficienza organizzativa ed anche di limiti alla qualità tecnica delle prestazioni sanitarie.

Restano elevate e non giustificate poi le liste di attesa, con il paradosso di una richiesta sempre crescente a causa di una continua delega da parte dei medici di base alla tecnologia diagnostica.

Da segnalare  la mancanza di interventi pubblici per l’accesso alle protesi odontoiatriche. Una legge approvata dal Consiglio Regionale su tale servizio è stata totalmente disattesa dai Direttori generali nell’indifferenza della Giunta regionale.

L’emergenza-urgenza ha una copertura a macchia di leopardo del territorio regionale.

Si continuano a costruire ospedali nuovi, mentre  quelli appena realizzati presentano già  numerose carenze.

2.3. La scuola e l’Università

Mentre il sistema educativo e scolastico rappresenta una reale eccellenza a livello nazionale,  l’Università di Perugia risorsa centrale per la regione si trova in crisi di iscritti, sintomo di scarsa attrattività del sistema didattico e con una qualità dell’attività di ricerca tutta da verificare.

L’autonomia che la Costituzione riconosce alle Università è finalizzata ad assicurare quella libertà nell’insegnamento e nella ricerca, unica garanzia per conseguire sicuri risultati di qualità. L’autonomia non può però significare una “zona franca” in cui potentati accademici organizzano l’Università stessa per garantirsi nicchie di potere e di vantaggi economici,  ma che rende l’Università sempre più povera di risorse ed anche di qualità. Nell’Università di Perugia operano docenti e ricercatori di sicuro ed assoluto valore, la cui qualità deve emergere e deve riacquistare una rinnovata centralità per un progetto di profondo rinnovamento dell’Istituzione, quale motore propulsore della rinascita della regione

3 Le proposte

3.1 L’Umbria nell’economia della conoscenza

Nel nuovo scenario dell’economia globalizzata il ruolo della cultura va inteso in modo affatto nuovo, soprattutto nella sua funzione di attivatore sociale, cioè uno dei fattori che stanno all’origine della catena del valore, il canale per eccellenza attraverso cui affermare ed attestare un diffuso orientamento sociale verso il nuovo, il diverso, il non già previsto.

La cultura rientra, con pari dignità rispetto alla ricerca scientifica e tecnologica,  nei ‘fondamentali’ della economia della conoscenza. Per trasformare l’Umbria e le sue città in città in ‘città dell’innovazione’ è necessario renderle città culturalmente vive, fortemente propositive, internazionali per vocazione, capaci di offrire ai loro residenti e soprattutto ai giovani continue opportunità di esperienze stimolanti, umanamente ed intellettualmente qualificanti, fortemente motivanti all’investimento personale in nuove competenze.

Le attività ad alto valore aggiunto sono infatti  quelle ad alta intensità di capitale umano: non è più una questione di numeri, ma di qualità. Per ogni attività innovativa di successo che si localizza in una città e che richiede una sufficiente concentrazione di competenze altamente specializzate, si attivano intere filiere di attività complementari che ne aumentano notevolmente l’impatto moltiplicativo sul sistema economico.

L’innovazione e la creatività hanno però bisogno di complessi meccanismi di trasmissione per permettere ad un  sistema locale di divenire fonti stabili di reddito e di occupazione. Hanno bisogno di una società civile capace di interpretarne gli stimoli e tradurli in nuovi stili di vita e orientamenti collettivi, di un bacino di domanda fatto di consumatori consapevoli, attenti alla qualità dei prodotti e della vita e capaci di operare scelte informate e responsabili.

Un traguardo che non si raggiunge concentrando risorse e sforzi sul lavoro di un piccolo gruppo di ‘cervelli’ che operano nell’isolamento un’istituzione culturale o di un ente locale e si collegano alle reti nazionali scavalcando il contesto sociale che li ospita, ma al contrario immergendo la loro attività all’interno di tale contesto, facendo in modo che l’orientamento al pensiero e all’innovazione diventi un orientamento collettivo, voluto e condiviso dall’intera società e dall’intera economia.

Per i cittadini, la partecipazione diretta ai progetti di sviluppo costituisce un’importante occasione di rafforzamento dell’appartenenza comunitaria, un fattore intangibile ma sempre più strategico nel determinare il successo di un progetto di sviluppo locale. Ma i  cittadini dell’Umbria appaiono oggi,  nella grande maggioranza, spettatori esterni non partecipi  dei progetti di innovazione: particolarmente preoccupante il dato sui giovani: un’indagine di Nemetria di qualche anno fa indicava nei giovani umbri la più bassa propensione ad una attività di impresa, fra tutte le regioni italiane, dopo i campani ed i siciliani.

Ma costruire l’economia della conoscenza vuol dire acquisire  la capacità di governare i processi di accumulazione delle nuove forme di capitale intangibile:

  • il capitale umano e informativo connesso alla produzione di nuove conoscenze e al loro consolidamento individuale e collettivo,
  • il capitale sociale connesso alla sedimentazione di norme di comportamento che permettano alle persone e alle comunità di realizzare forme di mediazione intelligente tra l’interesse proprio e quello di una collettività più ampia,
  • il capitale identitario connesso alla costruzione di un repertorio simbolico ed ideale che identifica il sistema locale e che è in grado di trasferirsi credibilmente ed efficacemente nei manufatti, nelle esperienze e negli stili di vita che esso produce.

Occorre cioè mettere in atto una vera e propria strategia sociale di investimento nello sviluppo umano individuale e collettivo.

3.1.1. La centralità degli operatori delle istituzioni educative e culturali. I soggetti primi e decisivi del cambiamento sono gli educatori e gli organizzatori delle istituzioni educative, dalle insegnanti della scuola materna ai professori delle scuole medie e superiori, all’Università senza nessuna distinzione di livello e di ruolo.

Attraverso loro passa infatti l’innovazione educativa e formativa delle prossime generazioni e le azioni di collegamento con le famiglie. Solo il corpo educativo può realizzare il mutamento indirizzando, nel corso di un ciclo scolastico completo, i quattordici anni che vanno dalla materna al diploma superiore,  l’orientamento ideale verso l’acquisizione degli strumenti culturali per far partecipare da protagonisti tali giovani al rinascimento dell’Umbria.

La scuola è il  terreno privilegiato  per ri-formare il vivere civile. La scuola è un laboratorio sociale e deve proporsi ancora come terreno di confronto e scambio interpersonale e collettivo. Può fornire un terreno culturale alle nuove generazioni attraverso esperienza ed elaborazione di nuovi percorsi didattici.

E’ necessaria ed urgente, pertanto una riabilitazione sociale della scuola e degli insegnanti, bollati come “fannulloni” o “privilegiati”, ma anche contestati quotidianamente  dagli stessi genitori e/o dagli studenti che identificandosi quotidianamente nello specchio distorto della televisione, ritengono ormai la scuola un inutile impiccio, che non serve praticamente a niente

Una nuova governance dell’economia

L’Umbria ha vissuto proprio dall’inizio della istituzione delle Regioni una delle più feconde stagioni politiche, nella sua storia recente così da riuscire a salvarsi da un quasi certo destino di emarginazione e sottosviluppo in cui si configurano le Regioni che si trovavano allora nelle stesse condizioni economiche e sociali dell’Umbria, conquistando anzi in quegli anni  un ruolo di sicuro prestigio e di forte rilievo nazionale in molti campi decisivi dell’azione di governo: sevizi sociali e sanitari, assistenza scolastica, gestione del territorio. Due furono i capisaldi di quella stagione politica:

  • una profonda conoscenza della storia e della cultura di questa regione così da respingere scelte di accentramento e concentrazione dei poteri amministrativi sugli apparati regionali, affermando invece una concezione modernissima, quella di un territorio policentrico con pari dignità politica di tutte le città grandi, medie e piccole, in chiara antitesi al modello centralistico statale;
  • una piena, convinta condivisione della Programmazione cioè di quella cultura di governo che assegna le risorse finanziarie pubbliche a finalità e secondo parametri rigorosamente obbiettivi , previamente valutati condivisi e quindi decisi.

Non una semplice ricetta, si badi bene, ma una pratica quotidiana improntata a una concezione della politica intesa come progetto generale al servizio dell’intera collettività regionale amministrata.

Si tratta di rinnovare tale metodo politico con la forma di governance locale oggi più innovativa e maggiormente adatta all’identità dell’Umbria, basata su un forte municipalismo con  reali  processi compartecipativi e di valorizzazione endogena delle forze e risorse locali, in un’ottica concreta di sussidiarietà tra poteri centrali e poteri periferici.

Tale modello è il  distretto sino ad oggi poco considerato, mentre invece rappresenta, se ben applicato, una vera possibilità di riscatto delle comunità in termini di ammodernamento degli strumenti di sviluppo a loro dedicati, per quanto riguarda aspetti di efficienza che di efficacia di una pianificazione d’ambito locale, in quanto prevede  un soggetto gestore di tipo duale, dove i ruoli e le attività, seppur coordinate in modo unitario, tornano ad essere distinti, con la piena valorizzazione del sistema delle imprese locale.

E’ necessario superare rapidamente la attuale  programmazione di tipo centralistico e dirigistico che era stata pensata per evitare le guerre tra campanili ma  ha caratterizzato la Regione in questi ultimi 15 anni senza dare  dato buona prova di sé, indebolendo sia il tessuto produttivo che quello dei soggetti istituzionali sociali ed economici locali, creando una forte distorsione nella allocazione dei poteri reali, con concentrazioni  eccessive degli stessi sulla presidenza della giunta regionale .

Una nuova centralità del cittadino consumatore

La figura, ormai superata, del consumatore come ricettore passivo delle proposte che gli vengono dalla produzione, ha  ceduto il passo a un soggetto che vuole sì consumare, ma in modo critico.

Ciò significa che con le sue decisioni di acquisto il consumatore intende contribuire a “costruire” l’offerta di quei beni e servizi di cui fa domanda sul mercato.

Mentre il “consumatore-cliente” è libero di scegliere solo in apparenza, affatto diversa è la figura del “consumatore-cittadino”. Questi è un soggetto che non si limita a consumare i servizi che preferisce, ma “pretende” di concorrere a definire e talvolta a produrre, congiuntamente ai vari soggetti di offerta, quello di cui ha bisogno.

In vista di ciò il “consumatore-cittadino” sfrutta le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, in particolare dalle reti di comunicazione, per realizzare forme di aggregazione della domanda capaci di raggiungere una scala economica soddisfacente in grado di interagire con l’offerta.

La figura dei cittadino consumatore può diventare uno dei motori per la mo­dernizzazione dell’Umbria, coinvolgendo  tutti i livelli istituzionali. La nuova centralità de “cittadino- consumatore” comporta un deciso mutamento dell’approccio sia politico che organizzativo alle politiche dei consumatori da parte della Regione ed in particolare alla valutazione dei servizi pubblici.

La Giunta regionale non ha avuto  la volontà politica di modificare la legge sul consumerismo, ferma a oltre 20 anni fa, perdendo un’occasione per adeguare i propri strumenti legislativi a una delle principali trasformazioni avvenute nel nostro paese : la trasformazione e la crescita del movimento consumerista.

Cittadinanzattiva sta già attuando un primo progetto con l’Audit in sanità a livello regionale in Umbria, ma bisogna affermare in tutti i livelli ed in tutti i servizi pubblici la consultazione obbligatoria delle  associazioni dei consumatori, prevista dalla legge finanziaria 2008, nella definizione nella verifica e nella valutazione dei parametri qualitativi e quantitativi dei servizi pubblici locali, con l’istituzione di una sessione annuale di verifica funzionamento di tutti i servizi. Una novità molto rilevante perché interviene nella fase della progettazione e realizzazione di servizi di qualità, con l’obiettivo di voltare pagina rispetto all’esperienza  insufficiente delle  carte dei servizi, segnate da molte ombre e da poche luci, in quanto redatte senza alcun tipo di confronto preventivo, presentando, di conseguenza, una forte autoreferenzialità delle  aziende stesse.

Queste sono le analisi e le proposte che Cittadinanzattiva dell’Umbria  sottopone  ai candidati a Presidente della Regione.

APPROVATO ALL’UNANIMITÀ