La posizione di Cittadinanzattiva Nazionale in tema di riforma del servizio idrico integrato

acqua potabileAcqua, bene pubblico  (alla luce dell’art.15 del decreto legge 135/2009)

Cittadinanzattiva, quale organizzazione civica fortemente radicata nel tessuto sociale, fondata sulla partecipazione alle politiche pubbliche e ispirata alla tutela e alla promozione dei diritti, sostiene da sempre il concetto di acqua come bene pubblico e servizio universale, sancendo l’accesso a questa risorsa (indispensabile ed insostituibile) quale diritto inalienabile. Si tratta di un servizio pubblico, che a nostro avviso non può avere rilevanza economica, destinato a tutti coloro che vivono sul territorio italiano senza discriminazioni ed esclusioni, da regolare, gestire e controllare sotto la responsabilità delle istituzioni pubbliche – che ne devono mantenere la proprietà – con la partecipazione dei cittadini singoli e associati, così come stabilito dal comma 461 dell’art. 2 della legge 244/2007.

È, tuttavia, evidente che l’inefficienza del servizio idrico costituisce un dato di fatto in ampie

zone del nostro Paese. La gestione del servizio presenta ancora un’eccessiva frammentarietà;

le reti continuano a versare in uno stato di usura tale da provocare la perdita media del 34%

dell’acqua immessa nelle tubature ed il 30% della popolazione italiana è sottoposto ad un

approvvigionamento discontinuo ed insufficiente. Gli investimenti sono insufficienti (su circa 6

miliardi di euro previsti al 2008 solo il 56% è stato realizzato) e non giustificano il costante

aumento delle tariffe (+47% dal 2000 ad oggi).

La risoluzione di tali criticità non può essere sicuramente individuata nelle misure previste

dall’art. 15 del decreto legge 135/2009, attualmente in discussione alla Camera, che non

contiene assolutamente gli elementi di una riforma organica del servizio idrico integrato ma di

fatto sancisce il passaggio da monopoli ti tipo pubblico a quelli privati, in un settore nel quale

i livelli di tutela dei cittadini sono pressoché nulli.

Le liberalizzazioni fanno bene all’economia e aumentano il benessere dei cittadiniconsumatori,

se di queste effettivamente si tratta. In questo caso, è evidente come la parola

“liberalizzazione” sia usata impropriamente in luogo di “privatizzazione” in un settore

strutturalmente caratterizzato dalla gestione monopolistica del servizio e con limitate

possibilità di competizione.

La nostra opposizione alla privatizzazione del servizio idrico non è certamente dettata da

ragioni ideologiche ma da considerazioni basate sulla pura realtà. Contrariamente alle

promesse ventilate in favore della privatizzazione delle acque pubbliche che avrebbe permesso

un miglioramento della qualità dei servizi, una riduzione dei prezzi della tariffa, una più grande

trasparenza della gestione, in tutti i casi si è assistito, dopo alcuni mesi dell’introduzione della

gestione privata, ad un aumento dei prezzi e delle tariffe molte volte del doppio o triplo delle

tariffe precedenti.

Non vorremmo la moltiplicazione di episodi come quello del comune di Firenze dove è stata

promossa una campagna per il risparmio idrico e un anno dopo, di fronte a una diminuzione

dei consumi, Pubbliacqua ha alzato le tariffe per far quadrare i conti. Lo stesso è avvenuto ad

Ascoli Piceno e a Latina, con un aumento, in quest’ultima provincia, del trecento per cento

delle bollette. E cosa dire della Sicilia, dove sono presenti gli unici casi di effettiva

privatizzazione del servizio e l’acqua costa più della media (Agrigento è la città più cara)

mentre la qualità del servizio fornito è sicuramente inferiore alla media?

L’opinione pubblica è decisamente schierata a favore della gestione pubblica del servizio e

aumentano ogni giorno le richieste di ripubblicizzazione dello stesso, soprattutto in Puglia,

Toscana e Campania. Ma anche altri Paesi europei, che hanno aperto in precedenza alla

privatizzazione del servizio idrico, come ad esempio la Francia, stanno sperimentando il

ritorno alla gestione pubblica.

Tornando alla riforma in corso, guardiamo con molta preoccupazione all’introduzione del

termine improrogabile del 31 dicembre 2011 per la cessazione delle gestioni “in house”

attualmente in essere, a meno che esse non cedano almeno il 40% del capitale a soggetti

privati. Tale provvedimento rischia di provocare una svendita delle azioni in possesso delle

società a capitale pubblico (sulle quali gravano pesanti oneri di investimento) nei confronti dei

soggetti privati, determinando un danno all’erario e responsabilità amministrativa. In

alternativa, gli oneri degli investimenti in essere si trasferiranno sull’ente locale e quindi sulla

fiscalità locale, oppure sul soggetto privato entrante che vorrà coprirli interamente tramite il

gettito tariffario con un evidente aumento del costo a carico dell’utente.

Se svendita delle azioni, aumento dell’imposizione fiscale locale e forte aumento delle tariffe

sono una prospettiva futura, cosa succederà nel periodo transitorio e cioè fino al 2013?

Sicuramente verranno congelati gli investimenti previsti e programmati per i prossimi tre anni

(circa 2.4 miliardi di euro) a ulteriore danno della qualità del servizio offerto.

Allora viene spontaneo chiedersi: per chi è pensata tale riforma? Sicuramente non per la

collettività che ne ricaverà solo aumento dei costi e servizi più scadenti.

È altresì discutibile il fatto che l’art. 15 del decreto legge 135/2009 non prenda in

considerazione ciò che ormai è ritenuto indispensabile e non più rinviabile e cioè l’istituzione

di un’autorità nazionale di regolazione del settore idrico, indipendente dal Governo e con reali

poteri, siano essi di carattere regolatorio o sanzionatorio, superando così l’esperienza del

Co.Vi.R.I, di nomina governativa e privo di poteri reali di supervisione e sanzione.

In altri contesti, come ad esempio nel caso dell’energia elettrica e il gas, l’istituzione

dell’autorità di regolazione è stato un passaggio antecedente alla liberalizzazione e

privatizzazione dei relativi mercati. Non basta dunque affidarsi a gare e contratti, è necessario

prevedere anche strumenti che siano in grado di disciplinare e rendere trasparente la

negoziazione arbitrandola super-partes.

La regolazione dapprima seleziona la struttura del mercato, dopo ne orienta le prestazioni. Per

mercati monopolistici, la regolazione stabilisce gli standard di prezzo, qualità, infrastrutture

fisiche, struttura finanziaria e regole societarie. Per i mercati concorrenziali, la regolazione

concede autorizzazioni, apre gli accessi alle infrastrutture, condiziona le concentrazioni e

controlla la moderatezza dei prezzi.

La stessa legge 481/1995 “Norme per la concorrenza e la regolazione dei servizi di pubblica

utilità. Istituzione delle Autorità di regolazione dei servizi di pubblica utilità” indica quali

finalità essenziali dell’Autorità quelle di assicurare la fruibilità e la diffusione dei servizi in

modo omogeneo sull’intero territorio nazionale, definendo un sistema tariffario certo,

trasparente e basato su criteri predefiniti, promuovendo la tutela degli interessi di utenti e

consumatori.

Alla luce di quanto detto, Cittadinanzattiva si appella ai rappresentanti di Camera e Senato

affinché l’art. 15 del decreto 135/2009, così formulato, venga respinto.

A nostro avviso la riforma del servizio idrico non può prescindere da alcuni punti fermi quali:

_ l’acqua è un bene pubblico e non una merce;

_ l’accesso al servizio (universale) deve essere garantito a tutti;

_ l’acqua è un bene prezioso e limitato che non va sprecato (o perso);

_ è necessaria un’autorità nazionale di regolazione che sia indipendente e dotata di effettivi poteri di regolazione, controllo e sanzione;

_ coinvolgimento delle Associazioni dei consumatori e dei cittadini nella determinazione e controllo degli standard di funzionamento del servizio, in ottemperanza a quanto previsto dal comma 461 dell’art. 2 della legge 244/2007 (Legge Finanziaria 2008).

Ufficio Relazioni Istituzionali